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venerdì, dicembre 23, 2011
mercoledì, novembre 09, 2011
sabato, novembre 05, 2011
mercoledì, novembre 02, 2011
Il Cavaliere inerte mentre Roma brucia
«MI SONO trovato finalmente a pensare, questa settimana, che il valore della mia pensione potrebbe dipendere da Silvio Berlusconi». Lo scrive James Stewart sul New York Times. Così il nostro presidente del Consiglio è arrivato ad essere promosso dal ruolo di zimbello della stampa internazionale a quello di possibile innesco di una tragica crisi finanziaria mondiale. Il governo dell'attuale primo ministro, nei quasi dieci anni nei quali è stato al potere, avrebbe potuto rendersi conto che il debito pubblico pregresso del nostro Paese era un autentico barile di polvere pronto a esplodere quando le condizioni finanziarie internazionali lo avessero innescato. Avrebbe dunque dovuto agire in maniera appropriata per ridurlo e metterlo in sicurezza. Al contrario, lo ha addirittura fatto crescere, con le proprie improvvide politiche, vanificando la strategia di rientro che i ministri del centrosinistra, in particolare Visco, hanno tentato quando sono stati al governo. Altrettanto noto al nostro primo ministro e al suo governo era, come lo era ai mercati, che i due anni orribili, dal punto di vista della concentrazione dei rimborsi e delle cedole del debito pubblico italiano, sarebbero stati il 2011 e il 2012. Ma la conoscenza di tali scadenze non sembra aver agitato i sonni dei nostri governanti, inducendoli a una politica economica che non spaventasse i nostri partner europei e i mercati internazionali. Essi hanno invece atteso senza una cura al mondo che la tempesta si addensasse sul loro capo, mentre, al contrario, gli altri Paesi deboli dell'Europa si affannavano a mostrare, col comportamento dei loro governanti e della intera loro classe politica, di voler affrontare le proprie difficoltà finanziarie senza tergiversamenti e furbizie. Così la Spagna, che ha problemi più gravi dei nostri, è riuscita a guadagnarsi uno spread e un trattamento, da parte dei mercati e dei governi partner, meno sfavorevoli dei nostri. Il nostro premier è stato per decenni un maestro della comunicazione, con la quale è divenuto straricco. Quel che il comportamento inane suo e del suo governo comunicava al mondo lo sapeva benissimo. Eppure ha continuato a suonare la lira mentre Roma bruciava. Messo infine all'angolo dal duo Merkel Sarkozy, che è apparso esso stesso abbastanza atterrito dagli avvenimenti, e spesso brancolante nel buio, il nostro premier ha stilato un elenco di promesse di cose da fare e lo ha mandato a Bruxelles. Glielo hanno rispedito come insufficiente e glielo ha rimandato con l' aggiunta di un paio di misure che evocano la "faccia feroce" dell' esercito di Franceschiello. Quel che sarebbe accaduto alla riapertura dei mercati, dopo il week end, quando gli operatori finanziari di tutto il mondo avevano avuto il tempo per rendersi conto della mancanza di sostanza delle promesse italiane, non occorreva grande fantasia per prevederlo. Infatti, si è verificato. Ora abbiamo percorso, sulla strada del rialzo dei tassi, quasi tutta la strada che porta al punto di non ritorno, stimato al 7%. Questi ultimi cento punti base che ci separano da esso non sono un percorso lineare. Ognuno di essi porta ad una accelerazione della velocità con la quale ci avviciniamo al precipizio. In altri Paesi, i governi in carica hanno, assai prima di raggiungere questi livelli di allarme, rimesso il mandato. Ma, come notano gli esterrefatti osservatori stranieri, qui da noi si afferma con la massima tranquillità che bisognerà aspettare gennaio, quando i membri del nostro Parlamento saranno certi di essersi assicurata la pensione, per poter pensare a una messa in minoranza del governo, non più sanabile da un voto di fiducia che ricompatti ancora una volta il gregge. E nel frattempo? L' Italia non è mai stata al centro di una grande crisi finanziaria internazionale, in tutti i 150 della sua storia unitaria. Questa volta rischiamo di trovarci nello scomodo ruolo di protagonisti. Né siamo mai stati messi sotto controllo finanziario internazionale. L' unica volta che ci fu questo rischio fummo investiti dal turbine finanziario internazionale mentre ci dibattevamo nella nerissima stagione della Banca Romana e delle faide tra Crispi e Giolitti, nei primi anni novanta del secolo XIX. La Grecia dichiarò la bancarotta e noi riuscimmo ad eludere questo affronto per un sussulto di orgoglio, che portò Sidney Sonnino e Luigi Luzzatti a prendere il timone, proprio per evitare, come disse Sonnino, «che l' Italia faccia la fine della Grecia». Da quella sterzata verso la salvezza nacque la Banca d' Italia, ma anche una politica economica talmente dura da provocare, nel 1898, una rivolta operaia sedata a cannonate da un governo capeggiato da un generale. Poi tornò il sole, in tutto il mondo, e andammo a dieci anni di sviluppo economico accelerato e di risanamento finanziario, il celebre decennio giolittiano. Se ci basta, possiamo consolarci con questa speranza nata dal ricordo di tempi altrettanto grami. Ma dove sono oggi i Sonnino e i Luzzatti?MARCELLO DE CECCO - la repubblica 1 novembre 2011
mercoledì, settembre 14, 2011
il Grafico di oggi: Societe Generale
La banca francese apre in denaro, poi va giu a -6%... e infine chiude a +15% !!!
Bravo Zibordi lo aveva scritto giusto ieri ;)
mercoledì, maggio 25, 2011
ARGENTO
Il vecchio broker dei leggendari fratelli Hunt, il veterano Mike Robertson, ricorda la prima BOLLA dell'argento (1979-80), quando il prezzo salì rapidamente da $11 a $50 l'oncia.La CFTC aumentò i margini di garanzia del 100% , accusò gli Hunts di manipolazione di mercato e li costrinse a chiudere l'enorme posizione long accumulata, determinando il crollo verticale dei prezzi.
Secondo il vecchio broker, è giusto considerare l'argento una buona copertura contro il rischio inflazione, ma al momento il mercato è pericoloso e non si deve comprare prima che arrivi in area $20...
leggi Diary of a Mad Hedge Fund Trader
venerdì, maggio 20, 2011
Complotto DSK?
"Secondo le ultime indiscrezioni, i legali di Strauss-Kahn stanno valutando se far dire dal loro mandante che credeva che la cameriera fosse la nipote di Barack, in modo da far rientrare l'episodio nell'esercizio delle sue funzioni."
www.cobraf.com/forum
www.cobraf.com/forum
giovedì, maggio 05, 2011
giovedì, marzo 17, 2011
fine del Carry Trade?
Prima dell'apertura della borsa nipponica, lo yen rompe i massimi storici contro il dollaro dai tempi della seconda guerra mondiale. Il mercato si aspetta che i giapponesi venderanno le attività estere, per rimpatriare i capitali, necessari alla ricostruzione.
(USDJPY)... Flash crashes
I cambi della valute ad alto rendimento (ZARJPY, NZDJPY, AUDJPY) vanno a picco... Ora dovrebbe intervenire la banca centrale (BOJ) per arginare una rivalutazione violenta della valuta.
(USDJPY)... Flash crashes
I cambi della valute ad alto rendimento (ZARJPY, NZDJPY, AUDJPY) vanno a picco... Ora dovrebbe intervenire la banca centrale (BOJ) per arginare una rivalutazione violenta della valuta.
martedì, febbraio 15, 2011
domenica, gennaio 16, 2011
lunedì, novembre 01, 2010
martedì, ottobre 12, 2010
"Don't fight the tape"
E' la tendenza che conta, non le tue personali convinzioni sul valore dei titoli."Don't step in front of a moving train" Link
mercoledì, luglio 07, 2010
L'indice della paura VIX
sabato, giugno 19, 2010
Transocean (RIG)
Transocean (NYSE:RIG), proprietaria della piattaforma Deepwater Horizon che è affondata nel golfo del Messico, guadagna il 10.48% con volumi di scambio più che doppi rispetto alla media giornaliera...
giovedì, giugno 10, 2010
il valore dell'euro
L'euro dovrebbe valere $0,30 per la Grecia e $1,80 per la Germania...
E' geniale il post di zerohedge.
E' geniale il post di zerohedge.
lunedì, aprile 05, 2010
sabato, febbraio 13, 2010
lunedì, febbraio 08, 2010
Record di speculatori contro l'euro
I dati della borsa di Chicago (CME), rivelano un aumento record delle scommesse speculative contro l'euro nella prima settimana di febbraio.
Le posizioni corte sono passate da 39,500 contratti a 43,700 (equivalenti a $7.6 miliardi):
un livello superiore al periodo del fallimento della Lehman Brothers (settembre 2008).
Le posizioni corte sono passate da 39,500 contratti a 43,700 (equivalenti a $7.6 miliardi):
un livello superiore al periodo del fallimento della Lehman Brothers (settembre 2008).
sabato, gennaio 30, 2010
La lezione keynesiana di Marcello de Cecco - intervista sulla crisi
Ci sono forti analogie tra la crisi del '29 e quella attuale. Ma l'aspetto che colpisce di più è che i responsabili della crisi sono ancora al loro posto, continuando ad arricchirsi, cosa che non accadde con Roosevelt. Un'altra differenza è il ritorno sulla scena mondiale delle economie orientali, mentre l'Europa continua ad inseguire il modello statunitense, invece che diventare un polo «autonomo» che attiri a se la Russia e gli altri paesi dell'ex-socialismo reale. Marcello De Cecco, rispondendo alle domande che annodano i fili di questa serie su «il capitalismo invecchia?», invita però a sviluppare un punto di vista «forte» sulla crisi economica.
Le domande fondamentali a cui gli economisti cercano una risposta possono essere riassunte così: qual è la natura di questa crisi; è una crisi finanziaria o reale, ciclica o sistemica? Ha senso un confronto con la crisi del '29?
Ha sempre senso confrontare quel che accade nell’economia del mondo nella fase attuale con quel che è accaduto in precedenza. E lo facciamo sempre, per definizione, con gli occhi del presente, come diceva Croce. Riandando, ad esempio, alla grande crisi, oggi notiamo, assai più dei contemporanei, che il 1929 fu preceduto da un decennio di prezzi stabili, ma di prezzi relativi che, come nella fase attuale, avevano visto l'aumento enorme dei valori dei beni immobili e di quelli patrimoniali. Si era avuta, come notò a suo tempo Sylos Labini, una inflazione senza inflazione, che aveva anche allora favorito i rentiers contro i percettori di salari. Quindi, qualche somiglianza esiste, tra il presente e il tempo della grande crisi. Anche l'additare da parte dei politici e della stampa i grandi finanzieri alla pubblica opinione come i veri responsabili è un elemento comune.
Oggi, tuttavia, la lezione keynesiana è ritornata molto velocemente di moda in tutti gli ambienti, anche i più neoclassici. La velocità con la quale economisti e uomini di governo, e anche la stampa che fa loro da eco senza ragionare in proprio, hanno voltato gabbana è veramente impressionante. Naturalmente, se la situazione si raddrizza, torneranno all’antico, a predicare le loro pseudo leggi economiche, quando sarà opportuno farlo di nuovo. Di «giapponesi» che si sono legati all'affusto dei loro cannoni invece di fuggire, ne conto veramente pochi. La coerenza come virtù è in grande ribasso. Probabilmente è un bene, ma personalmente trovo abbastanza squallido questo girare assieme al vento anche se, dopo un cinquantennio di vita professionale, dovrei essere abituato vederlo ciclicamente accadere.
Quanto ha giocato, nella loro incapacità di valutare la probabilità della crisi, la predilezione degli economisti mainstream per la formalizzazione matematica, a scapito della conoscenza della storia dell'analisi economica - e della storia in generale?
Non è corretto porre il problema come derivante dalla «predilezione degli economisti mainstream per la formalizzazione matematica». Il guaio è solo che costoro, per motivi che sarebbe troppo lungo esaminare in dettaglio, si sono procurati la formazione matematica sbagliata. Quella, tanto per capirsi, che era più facile apprendere e più agevole usare. Esistono strumenti matematici che permettono di modellare o per lo meno studiare anche i fenomeni turbolenti, quelli caotici, le variabili che non si comportano bene, cioè in maniera regolare. Solo che sono assai più difficili da padroneggiare e da usare e far usare come routine a gente di non eccelsa mente.
Il modello in uso presso gli economisti mainstream ha il vantaggio di essere facilmente apprendibile da una vasta platea di studenti, non tutti di livello superiore. Quindi si ricorre, per trasmetterlo, ad una sua versione che Federico Caffè mirabilmente definì «marionettistica» parecchi decenni prima che gli studenti francesi la chiamassero «autistica».
Francamente, poiché credo che gli economisti abbiano avuto assai scarso impatto sulle cose del mondo, in questa come in altre occasioni, li paragono alla mosca cocchiera di Fedro, pronta a esclamare «aremus». La cosa sgradevole è che la mosca cocchiera resta al suo posto anche quando l'aratore cambia metodo o addirittura c'è un nuovo aratore. Si adatta, la mosca, e resta a mettere insieme, come faceva prima, «quattro paghe per il lesso», per citare Carducci, un signore ignoto alla gran parte dei giovani di oggi. Ma non per questo la mosca diviene meno irrilevante.
Da tempo commentatori autorevoli avevano fatto notare che la libera e frenetica circolazione dei capitali (risultato delle liberalizzazioni e deregolamentazioni della finanza) mina le basi stesse della democrazia economica, cioè della democrazia stessa. Ritiene che il ruolo della politica, oggi, dovrebbe essere soltanto quello di regolatore del mercato o dovrebbe spingersi più in là?
Non sono autorevole, e anche meno lo ero quando cominciai a scrivere proprio su questo argomento. I miei primi due articoli sulla responsabilità dei movimenti a breve di capitale nello smantellare il sistema di Bretton Woods sono del 1975 e del 1977. Entrambi facilmente leggibili su riviste inglesi. Mi cito, non solo perché, da buon accademico, ci tengo a far vedere di avere avuto naso in tempi non sospetti, ma anche perchè in quegli articoli non solo sottolineavo quanta importanza Keynes e White avessero dato, a Bretton Woods, al controllo dei movimenti di capitale, ma anche cercavo di individuare chi avesse voluto, assai prima del 1971, abolire anche quei pochi controlli che i due padri di Bretton Woods erano riusciti a far entrare nell'«Accordo finale» del 1944.
I nemici dei controlli sono quelli che imperversano anche oggi: quelli che dal libero movimento traggono enormi guadagni, le grandi banche internazionali. Allora erano essenzialmente le grandi banche di New York. Poi, dopo la quadruplicazione del prezzo del petrolio nel 1973 e l'arricchimento di alcuni principi arabi incapaci di spendere tutti i soldi che gli erano arrivati, furono anche le grandi banche inglesi e anche qualcuna francese e svizzera, ad associarsi ai demolitori dei controlli.
Oggi e negli ultimi vent'anni, sono state essenzialmente le grandi banche d’investimento anglo-americane a demolire tutte le leggi e i regolamenti che impedivano loro di fare i propri comodi senza controllo alcuno. Lo hanno fatto con Carter e Reagan, con Bush padre e figlio, ma anche con Clinton. Quest'ultimo, insieme alla sua squadra di governo e di consulenza, è uno dei maggiori responsabili della gravità con la quale questa crisi ha potuto manifestarsi, aggravarsi e trasmettersi alla intera economia reale del mondo. Purtroppo, di quella squadra di consiglieri economici clintoniani, quasi tutti sono tornati a Washington insieme a Obama e hanno nuovamente operato affinché i responsabili della crisi, invece di essere puniti, riuscissero ad arricchirsi anche nella fase dei salvataggi bancari. Alcuni di costoro sono distinti economisti, estremamente versati nel mettere le vele al vento anche dal punto di vista teorico.
Questa è una differenza tra i tempi di Roosevelt e l'oggi. Negli anni Trenta, la squadra di governo cambiò e i colpevoli del disastri furono puniti. Oggi, al contrario, essi restano imperturbabili a far soldi, perchè non esistono più poteri alternativi, come quello sindacale e quello della grande industria fordista, sui quali Roosevelt poterono contare. La lobby, con l'eccezione dei fabbricanti d'armi e di prodotti farmaceutici e sanitari, è una sola e foraggia tutta la classe politica, a prescindere dalla affiliazione partitica.
Molti studiosi ritengono che la soluzione della crisi non possa avvenire che sull'asse Washington-Pechino. È ipotizzabile che il modello europeo di stato sociale, se ancora di un modello europeo si può parlare, possa rappresentare un riferimento per politiche economiche alternative tanto al «Washington Consensus», quanto al capitalismo di stato cinese? O c'è il rischio che nel futuro assetto economico-politico mondiale l'Europa (con il sud del mondo) venga confinata ad una posizione marginale?
Che quella presente è una crisi sistemica lo prova proprio il prepotente ritorno sulla scena delle economie orientali, Cina in primo luogo, ma anche India, Corea. Dico ritorno perchè - lo ripeto spesso - un grande storico, Alan Milward, affermò parecchi anni fa che il predominio industriale mondiale dell'Occidente, sarebbe apparso, agli storici di domani, come una parentesi di due o tre secoli in una storia che vede il primato produttivo e anche scientifico dell'Oriente come una costante plurimillenaria. Oggi questo è già accaduto e continuerà ad accadere. Sarà bene che noi occidentali cominciamo a rendercene conto. Qualcuno lo ha già fatto. Sono le grandi multinazionali americane e tedesche, che operano da protagoniste in Cina da anni, fornendo a quel paese i capitali, i beni di investimento e le tecnologie che gli hanno permesso di mettersi su un sentiero (meglio sarebbe dire, una autostrada) di sviluppo rapido e resistente alle scosse della congiuntura mondiale. Di duopolio cino-americano non mi pare il caso di parlare. È stato Gorbachov ad affermare di recente che quel che è accaduto alla Unione Sovietica sta accadendo anche agli Stati Uniti.
Quanto all'Europa, se riuscirà a mettersi di nuovo sulla via della seta, come seppero fare gli italiani nel medioevo, riuscirà ancora una volta a costruire le cattedrali e il Rinascimento. Ma deve farlo con la massima decisione, realizzando una più stretta integrazione federale, e provando ad associare al proprio modello anche la Russia, oltre agli ex satelliti dell'Urss che già le gravitano attorno. Nella sola intervista al manifesto che ricordo di aver dato, quasi quarant'anni fa, discussi con Valentino Parlato proprio di questo tema, che ora è divenuto in parte realtà, per la parte cinese, ma non ancora riesce a realizzarsi, per la parte russa.
L'attuale aumento della spesa pubblica non riguarda la spesa sociale (istruzione, sanità, pensioni e sussidi di disoccupazione), bensì il salvataggio di banche, società finanziarie e grandi gruppi. Ciò avviene però comprimendo i redditi da lavoro (salari reali e pensioni): un intervento dal lato dell'offerta, anziché della domanda, è la giusta strategia per uscire dalla crisi, tornando a livelli accettabili di disoccupazione?
Sulla finanza come unica lobby ho già detto. Quanto all'intervento dal lato della domanda, esso sta avendo luogo, ma non in Europa, bensì in Cina, India, Brasile, etc. Noi forniamo merci e servizi, comprimendo i costi, cioè riducendo i salari e i redditi fissi. È il destino dell'Europa, di non riuscire a essere padrona del proprio futuro economico. Questo può cambiare solo se la Russia, che ha bisogno di una vera e propria rivoluzione economica e che ha le dimensioni territoriali e le materie prime, sarà stabilmente associata come parte dell'Europa e non continuerà, come disse Mazzini, a comparire e scomparire dalla storia d'Europa.
Quale sarà il prezzo che le future generazioni dovranno sopportare, a fronte delle forme e delle dimensioni dell'indebitamento a cui oggi i governi hanno fatto ricorso nel tentativo di non far naufragare l'economia mondiale?
Se torniamo a crescere stabilmente, il debito pubblico può tornare rapidamente a pesare assai meno sul Pil di quanto sia giunto a fare oggi. Ma la crescita rapida e stabile deve avvenire preferibilmente su un sentiero di sviluppo meno stupidamente scimmiottante quel che di peggio accade negli Usa, favorendo cioè quelli che sono beni e servizi europei, la sicurezza sociale, la cultura e la ricerca pubbliche e non scioccamente privatizzate, i trasporti alternativi a quelli inventati per un paese enorme come sono gli Stati Uniti, lo sfruttamento di fonti energetiche tradizionali, come il carbone e il petrolio, in maniera non tradizionale, di nuovo non correndo dietro a folli avventure tecnologiche americane, del tutto prive di futuro, ma sviluppando la ricerca europea, che in questo settore ha un passato illustre e ora misconosciuto. Ma dobbiamo fare l'Europa dei popoli e non quella dei governi, il contrario quindi di quel che si è appena fatto a Lisbona.
intervista di Cosma Orsi a MARCELLO DE CECCO (Il manifesto 30 dicembre 2009)
Le domande fondamentali a cui gli economisti cercano una risposta possono essere riassunte così: qual è la natura di questa crisi; è una crisi finanziaria o reale, ciclica o sistemica? Ha senso un confronto con la crisi del '29?
Ha sempre senso confrontare quel che accade nell’economia del mondo nella fase attuale con quel che è accaduto in precedenza. E lo facciamo sempre, per definizione, con gli occhi del presente, come diceva Croce. Riandando, ad esempio, alla grande crisi, oggi notiamo, assai più dei contemporanei, che il 1929 fu preceduto da un decennio di prezzi stabili, ma di prezzi relativi che, come nella fase attuale, avevano visto l'aumento enorme dei valori dei beni immobili e di quelli patrimoniali. Si era avuta, come notò a suo tempo Sylos Labini, una inflazione senza inflazione, che aveva anche allora favorito i rentiers contro i percettori di salari. Quindi, qualche somiglianza esiste, tra il presente e il tempo della grande crisi. Anche l'additare da parte dei politici e della stampa i grandi finanzieri alla pubblica opinione come i veri responsabili è un elemento comune.
Oggi, tuttavia, la lezione keynesiana è ritornata molto velocemente di moda in tutti gli ambienti, anche i più neoclassici. La velocità con la quale economisti e uomini di governo, e anche la stampa che fa loro da eco senza ragionare in proprio, hanno voltato gabbana è veramente impressionante. Naturalmente, se la situazione si raddrizza, torneranno all’antico, a predicare le loro pseudo leggi economiche, quando sarà opportuno farlo di nuovo. Di «giapponesi» che si sono legati all'affusto dei loro cannoni invece di fuggire, ne conto veramente pochi. La coerenza come virtù è in grande ribasso. Probabilmente è un bene, ma personalmente trovo abbastanza squallido questo girare assieme al vento anche se, dopo un cinquantennio di vita professionale, dovrei essere abituato vederlo ciclicamente accadere.
Quanto ha giocato, nella loro incapacità di valutare la probabilità della crisi, la predilezione degli economisti mainstream per la formalizzazione matematica, a scapito della conoscenza della storia dell'analisi economica - e della storia in generale?
Non è corretto porre il problema come derivante dalla «predilezione degli economisti mainstream per la formalizzazione matematica». Il guaio è solo che costoro, per motivi che sarebbe troppo lungo esaminare in dettaglio, si sono procurati la formazione matematica sbagliata. Quella, tanto per capirsi, che era più facile apprendere e più agevole usare. Esistono strumenti matematici che permettono di modellare o per lo meno studiare anche i fenomeni turbolenti, quelli caotici, le variabili che non si comportano bene, cioè in maniera regolare. Solo che sono assai più difficili da padroneggiare e da usare e far usare come routine a gente di non eccelsa mente.
Il modello in uso presso gli economisti mainstream ha il vantaggio di essere facilmente apprendibile da una vasta platea di studenti, non tutti di livello superiore. Quindi si ricorre, per trasmetterlo, ad una sua versione che Federico Caffè mirabilmente definì «marionettistica» parecchi decenni prima che gli studenti francesi la chiamassero «autistica».
Francamente, poiché credo che gli economisti abbiano avuto assai scarso impatto sulle cose del mondo, in questa come in altre occasioni, li paragono alla mosca cocchiera di Fedro, pronta a esclamare «aremus». La cosa sgradevole è che la mosca cocchiera resta al suo posto anche quando l'aratore cambia metodo o addirittura c'è un nuovo aratore. Si adatta, la mosca, e resta a mettere insieme, come faceva prima, «quattro paghe per il lesso», per citare Carducci, un signore ignoto alla gran parte dei giovani di oggi. Ma non per questo la mosca diviene meno irrilevante.
Da tempo commentatori autorevoli avevano fatto notare che la libera e frenetica circolazione dei capitali (risultato delle liberalizzazioni e deregolamentazioni della finanza) mina le basi stesse della democrazia economica, cioè della democrazia stessa. Ritiene che il ruolo della politica, oggi, dovrebbe essere soltanto quello di regolatore del mercato o dovrebbe spingersi più in là?
Non sono autorevole, e anche meno lo ero quando cominciai a scrivere proprio su questo argomento. I miei primi due articoli sulla responsabilità dei movimenti a breve di capitale nello smantellare il sistema di Bretton Woods sono del 1975 e del 1977. Entrambi facilmente leggibili su riviste inglesi. Mi cito, non solo perché, da buon accademico, ci tengo a far vedere di avere avuto naso in tempi non sospetti, ma anche perchè in quegli articoli non solo sottolineavo quanta importanza Keynes e White avessero dato, a Bretton Woods, al controllo dei movimenti di capitale, ma anche cercavo di individuare chi avesse voluto, assai prima del 1971, abolire anche quei pochi controlli che i due padri di Bretton Woods erano riusciti a far entrare nell'«Accordo finale» del 1944.
I nemici dei controlli sono quelli che imperversano anche oggi: quelli che dal libero movimento traggono enormi guadagni, le grandi banche internazionali. Allora erano essenzialmente le grandi banche di New York. Poi, dopo la quadruplicazione del prezzo del petrolio nel 1973 e l'arricchimento di alcuni principi arabi incapaci di spendere tutti i soldi che gli erano arrivati, furono anche le grandi banche inglesi e anche qualcuna francese e svizzera, ad associarsi ai demolitori dei controlli.
Oggi e negli ultimi vent'anni, sono state essenzialmente le grandi banche d’investimento anglo-americane a demolire tutte le leggi e i regolamenti che impedivano loro di fare i propri comodi senza controllo alcuno. Lo hanno fatto con Carter e Reagan, con Bush padre e figlio, ma anche con Clinton. Quest'ultimo, insieme alla sua squadra di governo e di consulenza, è uno dei maggiori responsabili della gravità con la quale questa crisi ha potuto manifestarsi, aggravarsi e trasmettersi alla intera economia reale del mondo. Purtroppo, di quella squadra di consiglieri economici clintoniani, quasi tutti sono tornati a Washington insieme a Obama e hanno nuovamente operato affinché i responsabili della crisi, invece di essere puniti, riuscissero ad arricchirsi anche nella fase dei salvataggi bancari. Alcuni di costoro sono distinti economisti, estremamente versati nel mettere le vele al vento anche dal punto di vista teorico.
Questa è una differenza tra i tempi di Roosevelt e l'oggi. Negli anni Trenta, la squadra di governo cambiò e i colpevoli del disastri furono puniti. Oggi, al contrario, essi restano imperturbabili a far soldi, perchè non esistono più poteri alternativi, come quello sindacale e quello della grande industria fordista, sui quali Roosevelt poterono contare. La lobby, con l'eccezione dei fabbricanti d'armi e di prodotti farmaceutici e sanitari, è una sola e foraggia tutta la classe politica, a prescindere dalla affiliazione partitica.
Molti studiosi ritengono che la soluzione della crisi non possa avvenire che sull'asse Washington-Pechino. È ipotizzabile che il modello europeo di stato sociale, se ancora di un modello europeo si può parlare, possa rappresentare un riferimento per politiche economiche alternative tanto al «Washington Consensus», quanto al capitalismo di stato cinese? O c'è il rischio che nel futuro assetto economico-politico mondiale l'Europa (con il sud del mondo) venga confinata ad una posizione marginale?
Che quella presente è una crisi sistemica lo prova proprio il prepotente ritorno sulla scena delle economie orientali, Cina in primo luogo, ma anche India, Corea. Dico ritorno perchè - lo ripeto spesso - un grande storico, Alan Milward, affermò parecchi anni fa che il predominio industriale mondiale dell'Occidente, sarebbe apparso, agli storici di domani, come una parentesi di due o tre secoli in una storia che vede il primato produttivo e anche scientifico dell'Oriente come una costante plurimillenaria. Oggi questo è già accaduto e continuerà ad accadere. Sarà bene che noi occidentali cominciamo a rendercene conto. Qualcuno lo ha già fatto. Sono le grandi multinazionali americane e tedesche, che operano da protagoniste in Cina da anni, fornendo a quel paese i capitali, i beni di investimento e le tecnologie che gli hanno permesso di mettersi su un sentiero (meglio sarebbe dire, una autostrada) di sviluppo rapido e resistente alle scosse della congiuntura mondiale. Di duopolio cino-americano non mi pare il caso di parlare. È stato Gorbachov ad affermare di recente che quel che è accaduto alla Unione Sovietica sta accadendo anche agli Stati Uniti.
Quanto all'Europa, se riuscirà a mettersi di nuovo sulla via della seta, come seppero fare gli italiani nel medioevo, riuscirà ancora una volta a costruire le cattedrali e il Rinascimento. Ma deve farlo con la massima decisione, realizzando una più stretta integrazione federale, e provando ad associare al proprio modello anche la Russia, oltre agli ex satelliti dell'Urss che già le gravitano attorno. Nella sola intervista al manifesto che ricordo di aver dato, quasi quarant'anni fa, discussi con Valentino Parlato proprio di questo tema, che ora è divenuto in parte realtà, per la parte cinese, ma non ancora riesce a realizzarsi, per la parte russa.
L'attuale aumento della spesa pubblica non riguarda la spesa sociale (istruzione, sanità, pensioni e sussidi di disoccupazione), bensì il salvataggio di banche, società finanziarie e grandi gruppi. Ciò avviene però comprimendo i redditi da lavoro (salari reali e pensioni): un intervento dal lato dell'offerta, anziché della domanda, è la giusta strategia per uscire dalla crisi, tornando a livelli accettabili di disoccupazione?
Sulla finanza come unica lobby ho già detto. Quanto all'intervento dal lato della domanda, esso sta avendo luogo, ma non in Europa, bensì in Cina, India, Brasile, etc. Noi forniamo merci e servizi, comprimendo i costi, cioè riducendo i salari e i redditi fissi. È il destino dell'Europa, di non riuscire a essere padrona del proprio futuro economico. Questo può cambiare solo se la Russia, che ha bisogno di una vera e propria rivoluzione economica e che ha le dimensioni territoriali e le materie prime, sarà stabilmente associata come parte dell'Europa e non continuerà, come disse Mazzini, a comparire e scomparire dalla storia d'Europa.
Quale sarà il prezzo che le future generazioni dovranno sopportare, a fronte delle forme e delle dimensioni dell'indebitamento a cui oggi i governi hanno fatto ricorso nel tentativo di non far naufragare l'economia mondiale?
Se torniamo a crescere stabilmente, il debito pubblico può tornare rapidamente a pesare assai meno sul Pil di quanto sia giunto a fare oggi. Ma la crescita rapida e stabile deve avvenire preferibilmente su un sentiero di sviluppo meno stupidamente scimmiottante quel che di peggio accade negli Usa, favorendo cioè quelli che sono beni e servizi europei, la sicurezza sociale, la cultura e la ricerca pubbliche e non scioccamente privatizzate, i trasporti alternativi a quelli inventati per un paese enorme come sono gli Stati Uniti, lo sfruttamento di fonti energetiche tradizionali, come il carbone e il petrolio, in maniera non tradizionale, di nuovo non correndo dietro a folli avventure tecnologiche americane, del tutto prive di futuro, ma sviluppando la ricerca europea, che in questo settore ha un passato illustre e ora misconosciuto. Ma dobbiamo fare l'Europa dei popoli e non quella dei governi, il contrario quindi di quel che si è appena fatto a Lisbona.
intervista di Cosma Orsi a MARCELLO DE CECCO (Il manifesto 30 dicembre 2009)
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