lunedì, aprile 11, 2005

IL CIRCOLO VIZIOSO... (M. De Cecco)

Se non si intende la lotta politica come un gioco a somma zero, ma si persegue il potere politico per realizzare un programma di miglioramento del benessere dei cittadini e di crescita economica e sociale del paese, si deve dar ragione a Romano Prodi, quando promette collaborazione al governo se si impegna in misure che pongano efficaci ostacoli, pur in questo scorcio di legislatura, al definitivo sfascio del paese, che le politiche economiche fin qui adottate promettono come probabile. Il prossimo governo, di qualsiasi parte esso sia, rischia di dovere edificare sulle macerie.
Non si preannuncia infatti come favorevole la stessa congiuntura internazionale. I tassi di interesse, dominati dalla politica monetaria americana, hanno infatti già dato eloquenti segni di inversione di tendenza, non solo nel comparto a breve, dove la politica monetaria influisce fortemente e direttamente, ma in quelli a lunga, dove le aspettative dei mercati sono assai più rilevanti.
Qui si vedono già i segni di una nuova divaricazione tra i rendimenti di debitori portanti meriti di credito diversi. I differenziali sono al momento ancora estremamente ridotti, in maniera del tutto irrealistica rispetto ai diversi meriti di credito dei vari debitori, pubblici o privati che siano. Questo accade ogni volta che la politica monetaria del paese centro resta tanto a lungo tanto robustamente espansiva.
Questa volta l’espansione è durata quattro anni, e ha raggiunto livelli mai prima toccati. Il presidente della Federal Reserve ha da qualche mese mostrato di voler cambiare rotta, e lo ha fatto facendo risalire i tassi a breve. Ma il passo è stato volutamente di lumaca e la politica degli annunci ha abbondantemente superato in intensità quella dei tassi. Proprio per effetto di questi annunci hanno cominciato a muoversi al rialzo i tassi a lunga, che sono quelli che interessano sia le decisioni economiche private che quelle pubbliche.
E su queste ultime è opportuno soffermarsi, quando si guarda alla scena economica italiana, a un paese il cui stato ha in giro buoni del tesoro pari al 106% del pil. A chi governa la cosa pubblica non piace doversi muovere trascinandosi appresso una palla di ferro di dimensioni tanto ingombranti. Ma non si vede come si possa eliminare questo peso, che ci distingue da tutti gli altri paesi europei, a eccezione della Grecia e del Belgio. E che induce chiunque rivolga la propria attenzione all’economia italiana a condizionare tutte le proprie argomentazioni alla dinamica del debito pubblico.
Ci fu un tempo, all’inizio degli anni novanta, quando il nostro debito pubblico era quasi tutto in mano a risparmiatori italiani, era come si dice in gergo "classato", cioè detenuto da individui intenzionati a trattenerlo fino alla scadenza. La discesa dei tassi di interesse, durata per l’intero decennio, ha fatto sì che i risparmiatori italiani, che avevano fatto i conti su rendimenti assai superiori, decidessero di non rinnovare i propri titoli di stato man mano che scadevano e di guardarsi in giro, alla ricerca vana di titoli alternativi che rendessero molto e fossero poco rischiosi.
Il risultato di questa ricerca è noto a tutti, per i disastri che i giornali hanno ormai per anni riportato. Ma l’altro risultato, quello sul quale i giornali meno si soffermano, è che i titoli di stato italiani sono ora posseduti da investitori professionisti, per la gran parte stranieri, che li comprano e li vendono sulla base di calcoli di profitto di breve periodo, e cercando di battere in velocità i mercati. La volatilità dei titoli italiani è quindi divenuta molto forte, e altrettanto forte è la loro esposizione ai venti che spirano nella finanza internazionale. Per questo è stato opportuno partire dalla politica monetaria americana, sapendo quanto la sua dinamica influisce oggi sui conti pubblici italiani.
La variazione testè apportata al Patto di Stabilità e Crescita, tanto decantata dal nostro governo, che l’ha descritta come un successo dovuto alle sue capacità di manovra in sede europea, ha avuto invece il risultato assai poco favorevole per noi di portare ad una probabile divaricazione dei differenziali di rendimento dei vari titoli di stato dei paesi dell’Unione monetaria. Finora questi sono stati tenuti insieme della omogeneità delle politiche fiscali. Se questa diminuisce, il merito di credito dei vari paesi torna di attualità, e quello dell’Italia è notevolmente peggiorato in tempi recenti. Il motivo di tale peggioramento è presto detto. La proiezione nel futuro prossimo dell’andamento dei conti pubblici italiani, fornita il 5 aprile dalla Commissione dell’Unione europea, mostra che nel 2004 il deficit pubblico è stato superiore al 3%, che per il 2005 se ne prevede uno del 3.6%, e che per il 2006 la previsione è addirittura del 4.6%.
Questi dati non devono sorprendere chi abbia seguito la finanza pubblica italiana in anni recenti. Era chiaro a tutti gli osservatori disinteressati che la fatidica soglia del 3% il deficit italiano non la superava solo per il continuo ricorso a provvedimenti "una tantum". A parte il frequente ricorso ai swaps, cioè alle proiezioni in avanti dell’indebitamento, che fanno migliorare i conti pubblici negli ultimi mesi dell’anno, in vista del traguardo del dicembre, punto di misurazione del deficit, e li fanno puntualmente peggiorare di nuovo nei primi mesi dell’anno, tutti ricordano la miriade di vendite di beni pubblici, di condoni, di cartolarizzazioni, di creazioni di contenitori vuoti dove depositare i debiti dello stato cercando di farli scomparire dai bilanci ufficiali.
Tutte queste risorse sono ormai esaurite, e i funzionari della Commissione, nel documento del 5 aprile, ne hanno preso atto, ricordando altresì che un certo numero di misure di finanza creativa del governo italiano sono state contestate da vari organismi comunitari. Il deficit dell’Anas, ad esempio, che gli italiani hanno decretato essere società per azioni privata, ma che i funzionari comunitari considerano ancora un ente pubblico, o il finanziamento della Tav, che di nuovo è a ineluttabile garanzia statale e quindi anch’esso deve rientrare nei conti pubblici.
Incombe inoltre sui conti italiani la prossima decisione della Corte di Giustizia Europea sull’Irap, imposta introdotta dal governo di centro sinistra con preventiva approvazione degli organi comunitari, che se sarà dichiarata una duplicazione dell’Iva rappresenterà un buco di entrate di circa 40 miliardi di Euro. I conti pubblici continueranno a peggiorare, (e ormai tale peggioramento ha superato una soglia di criticità molto elevata), fino a quando il tasso di crescita della nostra economia continuerà a languire a livelli mai sperimentati dalla fine della seconda guerra mondiale. Negli anni novanta la performance italiana, pur in presenza di un super dollaro per la seconda metà di essi che ha fortemente avvantaggiato le esportazioni, è stata tra le peggiori d’Europa, e i conti pubblici hanno continuato a migliorare, mostrando un alto surplus primario, solo per il declino continuo dei tassi di interesse, la fruttuosa lotta all’evasione e il persistere della pressione fiscale su livelli elevati.
Sono seguiti i primi cinque anni del nuovo millennio, e nel corso di essi si è veramente consumato un disastro senza precedenti. Il tasso di crescita è crollato e con esso le entrate fiscali. Il crollo della crescita è dovuto al crollo delle esportazioni, legato alla fine del superdollaro e alla offensiva delle merci cinesi, che sono purtroppo molto simili a quelle italiane, ma anche alla debolezza delle imprese italiane nei settori che esportano beni di investimento complessi o beni di consumo durevole come le automobili. Ma la crescita è precipitata anche perché i consumi hanno accusato l’effetto di rincari di prezzi, dopo l’arrivo dell’Euro, ai quali il governo non ha consciamente opposto alcun ostacolo. Negli altri paesi, come Francia e Germania, i rincari si sono fermati ai piccoli esercizi, mentre la grande distribuzione ha fatto argine, sorvegliata attentamente dalle autorità. In Italia il governo ha dichiarato gli aumenti ineluttabili, quasi fisiologici, e non ha sorvegliato la grande distribuzione, che così non ha arginato i rincari selvaggi operati dai grossisti e dai piccoli esercenti. Si è altresì fermata l’opera di contrasto dell’evasione fiscale, che ha rialzato fieramente la testa, estendendosi a settori e a ceti sociali mai prima raggiunti.
Allo stesso tempo il governo ha sprecato risorse preziose in costose riduzioni di imposte, dall’effimero effetto sui consumi, e in misure come la Tremonti bis, che tutto hanno fatto crescere tranne gli investimenti delle imprese. Il governo si è così assicurato la fedeltà elettorale dei ceti beneficati, i lavoratori autonomi, il popolo delle partite IVA, i piccoli e grandi esercenti, i professionisti, i commercianti all’ingrosso. Sono molti e hanno fatto sì che, a costo della rovina ormai strutturale dei conti pubblici e dei meccanismi di produzione delle imposte, la disfatta elettorale dei giorni scorsi non si sia trasformata per il governo in una Caporetto assoluta. Ma i ceti e le categorie ricordati non sono abbastanza numerosi per assicurare al governo una maggioranza. Né il loro benessere, ottenuto con la rovina dei percettori di redditi fissi, operai, impiegati e soprattutto pensionati, e dei giovani dai lavori precari, basta ad assicurare la crescita vigorosa della nostra economia. Questa è ancora fatta di produttori di beni per il largo mercato, non per seppur ampie minoranze di ricchi. Venuto meno lo sfogo delle esportazioni, dopo il caro-Euro e la invasione cinese, a questi non è restato, negli anni più recenti, se non la soluzione di ridimensionare la produzione o di trasferirla in paesi a bassi salari.
Si è ormai instaurato nel nostro paese un circolo vizioso pericolosissimo, che le misure del governo hanno contribuito talvolta a determinare e molto spesso ad esacerbare. La domanda interna langue, le esportazioni declinano, il benessere dei ricchi non basta a generare una domanda interna abbastanza forte da controbilanciare la progressiva scomparsa della domanda dei ceti impoveriti dalla folle politica dei prezzi innescata da un uso delinquenziale dell’introduzione dell’Euro, non contrastata in nessun modo dal governo per non nuocere ai propri elettori. Tutto questo ha danneggiato i conti pubblici già molto deboli per l’incombere del carico dei debiti e vieppiù indeboliti dalle stolte politiche governative. Il surplus primario si è di conseguenza ridotto dal 5-6% degli anni del centro-sinistra all’1.3% previsto dalla Commissione europea.
La diagnosi è fatta e la prognosi è infausta, a meno che non si adotti al più presto una rigorosa e lungimirante terapia. Si desista innanzitutto da misure imbecilli come le riduzioni di imposte, che sfasciano i conti pubblici e non rilanciano i consumi. Si riparta con la politica di contrasto alla evasione tanto meritoriamente praticata dal ministro Visco. Si difenda con forza il caso dell’Italia nella infondata causa Irap alla Corte europea. E si costringano ceti e categorie che hanno impazzato sui prezzi a fare un passo indietro. Ha detto Prodi che sarà come cercare di far rientrare il dentifricio nel tubetto. Ma a questo siamo, ed è inutile fingere che altre vie siano percorribili.
AFFARI & FINANZA 11/04/05

3 commenti:

g. ha detto...

da un pezzo mi mancava d De Cecco... perfetto nel mettere a nudo il Re e le sue scelleratezze. g.

Panini ha detto...

miei cari,
il professore ha una bella testa!

Anonimo ha detto...

Marcello DE CECCO è un vero maestro!